Alemanno racconta il lato umano della detenzione e cita i ‘colleghi’ calabresi ai fornelli

L'ex sindaco di Roma racconta la vita quotidiana in carcere e rende omaggio ai detenuti calabresi: “I loro piatti superano quelli delle nostre case”

gianni alemanno

Gianni Alemanno, ex sindaco di Roma ed ex ministro, attualmente detenuto per traffico di influenze illecite, dopo 90 giorni dietro le sbarre, ha deciso di condividere le sue riflessioni tramite un “Diario di Cella” pubblicato su Facebook. Nel suo scritto un elogio ai “colleghicalabresi ai fornelli.

Il diario di cella di Alemanno

Nel post, Alemanno racconta con toni umani e introspettivi le dinamiche che regolano la vita in cella:

“Nelle celle si vive un’intensa esperienza comunitaria, con i forti connotati romantici ed emozionali propri di tutte le vicende comunitarie. Tra i compagni di cella si condivide tutto, dalle derrate alimentari ai lavori quotidiani, dalle emozioni ai ricordi. Ai più anziani (di permanenza in carcere) viene riconosciuta piena autorità sulle regole comuni, a prescindere dai titoli di studio e dalle origini sociali, regole totalmente autogestite ma ferree per pulire gli ambienti, preparare i pranzi, lavare i piatti. C’è un continuo lavoro artigianale di ogni detenuto per migliorare le condizioni di vita, a fronte di celle fatiscenti, ognuna con 6 brande a castello, di un cesso che sta nella stessa stanza dove si cucina e di un lavandino senza acqua calda, della mancanza di apparati di condizionamento quando fa caldo. Sicuramente condizioni di vita che meriterebbero quel 10% di sconto di pena previsto dalla Corte europea dei diritti dell’uomo “per condizioni di detenzioni inumane” (ma di questo ne parleremo un’altra volta)”.

Uno dei passaggi che ha attirato l’attenzione riguarda proprio la cucina. In un contesto di forte adattamento, dove “ogni pezzo di legno, ogni lattina, ogni elastico viene utilizzato in modo geniale”, emerge con forza un dato inaspettato: il livello sorprendente dei pasti cucinati tra le mura del carcere, soprattutto nelle celle dove vivono detenuti calabresi.

La cucina come forma di resistenza e comunità

Nel suo racconto, Alemanno sottolinea anche il valore simbolico e sociale del cibo in carcere: un elemento attorno a cui si costruisce la comunità, si stabiliscono regole condivise, si ricrea un senso di normalità in un contesto difficile.

“Ogni pezzo di legno, ogni lattina, ogni elastico, viene utilizzato in modo geniale per risolvere qualche problema pratico di una vita a metà strada tra il campeggio e la caverna. Altro che “cultura del riuso” da ambientalisti chic, qui si fa sul serio… In ogni cella c’è almeno un detenuto che, in base ad esperienze pregresse (in genere altro carcere), si improvvisa come cuoco, cucinando su fornelli camping gas quello che può essere riciclato dal vitto quotidiano o quello che viene acquistato come “sopravvitto”. I risultati, soprattutto nelle celle dove vivono persone di origine calabrese, sono assolutamente al di sopra della media delle nostre case, dove ormai domina la cattiva abitudine dei cibi d’asporto. Sono poche le persone detenute, anche quelle che all’entrata si presentano con un carattere individualista e aggressivo, che riescono a sottrarsi a queste regole. Le varie celle compongono altri cerchi comunitari, che sono i reparti, i bracci e i singoli istituti penitenziari. lo, ad esempio, sono al Reparto 2B (ovvero in uno dei due corridoi del secondo piano) del Braccio G8 del Carcere di Rebibbia Nuovo Complesso (nuovo nel senso che risale agli anni ’60 e non all’800 come Regina Coeli)”.

La vita in carcere

Un passaggio toccante, ma anche spiazzante, che riporta l’attenzione su un aspetto troppo spesso ignorato: la quotidianità dei detenuti e le dinamiche che si sviluppano dietro le mura di un istituto penitenziario.

“Il G8 è sicuramente il braccio più vivibile di tutti i carceri romani, dove sono fiorite molte attività, tutte gestite in ogni aspetto da persone detenute, volontari o lavoranti interni (per poche centinaia di euro al mese). Vige la consuetudine di salutarsi tutti ogni volta che ci si incontra nei corridoi, all’aria, nella doccia, nelle sale comuni, quando ci si affaccia in un’altra cella. Ci deve essere assoluta cortesia reciproca, pena reazioni collettive anche pesanti. Ogni attività del carcere è molto frequentata dalle persone detenute, certamente in cerca di modi per passare la giornata, ma anche molto attente a tutto quanto li può far sperare di avere una vita migliore durante e dopo la carcerazione. C’è voglia di partecipare, non di tutti, perché c’è anche chi si lascia andare e diventa un morto vivente. Ma questa voglia c’è e certe volte è sinceramente commovente. Ne sono testimoni tutti i volontari, i docenti e gli operatori esterni che cercano di organizzare le diverse attività. Insomma, la natura comunitaria dell’esperienza carceraria permette di alimentare la speranza di quella “rieducazione” di cui parla l’Art. 27 della Costituzione. Proprio per questo è un peccato, e anche una vergogna, quando le istituzioni preposte non riescono a valorizzare queste potenzialità, non dando coerenza e continuità ai percorsi che dovrebbero portare dalla rieducazione all’accesso alle pene alternative. Non parliamo del personale che lavora nelle carceri (dirigenza e polizia penitenziaria) che sono vittime dei malfunzionamenti e delle carenze di organico quasi quanto le persone detenute. Parliamo di chi fa le leggi e di chi le deve applicare, che può e deve fare di più”.

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