• di Enzo Bollani – A Due settimane dal Sessantottesimo Festival di Sanremo, che poco o nulla ha avuto di rivoluzionario, a dispetto del nome e degli ascolti lusinghieri, e a due settimane esatte dal secondo posto conquistato da Lo Stato Sociale, c’è da chiedersi quanto effettivamente sia rimasto: poco.

    La canzone de Lo Stato Sociale, tolta dal palco dell’Ariston, è neve al sole.
    Dura quello che dura, e l’effetto novità misto effetto sorpresa misto effetto irriverenza scompare dopo pochi ascolti furtuiti, lasciando scoperti i punti chiave della canzone: un mix di Vasco Rossi, tipico di chi fa canzoni a Bologna, vedi Biagio Antonacci, e un mix di classicismo, con una linea melodica banale e giri armonici troppo “Acqua di marzo”.

    Qual è il fil rouge che collega Lo Stato Sociale a Rino Gaetano?
    Paolo Rossi, non Vasco.
    Lo stesso Paolo Rossi che fu capace di duettare con Enzo Jannacci, alla nascita della Seconda Repubblica, nel 1994.

    Ma quei tempi sono lontani.
    Rimane solo Berlusconi, e viene da domandarsi se non sia lui, a questo punto, un vero rivoluzionario, o addirittura la novità.

    Perché, tra quello che è stato proposto nella recente Fashion Week, a Milano, spicca qualcosa che riporta al passato e a Rino Gaetano: la sfilata di Gucci.
    Se le teste mozzate viste in passerella riecheggiano un’operazione di un collettivo che mi trovai a produrre Nove anni fa, i Moho, per le cui operazioni artistiche ci si ritrovò persino la DIGOS in casa, c’è da aggiungere che la nostalgia e la conoscenza del nostro passato musicale faccia veramente fatica a non tornare a Rino Gaetano e alla copertina di un disco che non passò inosservato alle èlite: “Nuntereggaepiù”.

    Torna alla luce lo Rino Gaetano male interpretato da Paolo Rossi a Sanremo, Undici anni fa, lo stesso Rino Gaetano dipinto come deviato e turbolento dalla fiction andata in onda sulla Rai e prodotta da Claudia Mori.

    Soprattutto: lo stesso Rino Gaetano che ha smesso di produrre dischi nel 1981 e che, a dispetto delle innumerevoli mutazioni sociali, geografiche, politiche e di esistenza pratica, riesce a rimanere immutato, attuale.
    A sopravvivere, e persino a farsi rivalutare.

    A essere complici di questa contemporaneità di Rino Gaetano ci sono diversi fattori: eventi festaioli noiosamente milanesi, come il quasi razzista e simpatico permododidire party de “Il Terrone fuori sede”, il libro omonimo al quale faccio promozione già solo parlandone, e soprattutto la sorpresa di testi ancora attuali.
    E se, a essere complice della sua contemporaneità, ci fosse l’immobilismo di fondo tipicamente italiano?

    E se la sua forza fosse proprio questa?
    Beh, di certo, nessuno arriva al suo livello di ironia, al suo sarcasmo, ben diverso dal tono ironico, dal suo essere a volte stralunato o semplicemente pazzo, più del Michele protagonista di una sua canzone.
    Così inarrivabile da essere criptico.

    Una cosa è certa: tutti saremmo curiosi di sapere come sarebbe potuto andare avanti, come sarebbe potuto invecchiare.
    Non gli è stato concesso, e anche la sua morte fa parte dei misteri italiani.
    In ogni senso.

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