• di Enzo Bollani – Ieri, esattamente 19 anni fa, andava in onda la prima puntata di uno show divenuto, istantaneamente, un cult assoluto: “Francamente me ne infischio”. Il titolo, che ben si rifaceva a “Via col vento”, è quanto di più Celentano possa essere, per via delle scene, ispirate chiaramente all’estetica della Stazione Centrale di Milano, così vicina all’arcinota Via Gluck, da far sentire l’amico treno che fischia così: “Uan uan”.

    Le stesse scene ispirate, al contempo, a un altro kolossal di Celentano: “Joan Lui”, non capito dagli italiani, per colpa delle sale cinematografiche, che preferirono compiere scempi e tagli sulla pellicola, per farla durare meno e garantirsi una proiezione in più, ma eletto a monumento cinematografico, in Russia.

    Incredibilmente, visto che la Russia di allora era ancora sotto il regime comunista, e il film parlava del ritorno di Gesù, e di valori tanto cattolici, quanto universali. La scossa che “Francamente me ne infischio” ha saputo dare alla televisione di un ventennio fa, è oltre alle classiche polemiche che caratterizzano Adriano Celentano, la sua dialettica e il suo modo, molto valoroso anche sotto il profilo artistico, di smuovere le coscienze.

    Meglio di qualsiasi politico arrivato dopo, e anche con più basi concrete, dimostrabili, date da un’intelligenza emotiva impareggiabile, e da una curiosità che nessun altro artista ha mai potuto vantare, con la varietà di argomentazioni che Adriano Celentano propone fin dal suo esordio.

    “Francamente me ne infischio” è molto più di uno spettacolo televisivo di prima serata, e non è un caso se, ancora durante la programmazione, venne premiato a Montreux come miglior trasmissione televisiva dell’anno. Proprio a Montreux, dove, poco più di Dodici anni dopo, Lucio Dalla è partito per l’altrove.

    Un artista che conosco da vicino, e con il quale ho collaborato per Quindici anni. Poco prima della messa in onda della seconda puntata, Lucio mi dette una copia di “Ciao”, da consegnare ad Adriano. Non si sono mai sentiti, ma Adriano mi ha ringraziato, con il suo modo di fare, che tutti conosciamo e che “ci portiamo addosso”, per parafrasare Dalla.

    Tuttavia, nonostante una curiosità abbastanza simile e un carisma, in entrambi i casi, di portata mondiale, tra Dalla e Celentano non c’è mai stato feeling. Si sono incrociati varie volte, quando uno andava bene e l’altro così così, come a Discoring, il 6 gennaio 1979, ma non si sono mai avvicinati.

    Tuttavia, come ha detto più volte Morandi, non era facile essere amici di Lucio, fuori dagli schemi in tutto, spiazzante come solo in Emilia si può essere, e certo non è da tutti, o per tutti, brillare di fianco a Celentano. Soltanto Mina può farlo, perché è perfettamente complementare, e parla la stessa lingua.

    Da persona informata dei fatti e da professionista coinvolto nelle maggiori produzioni di Bibi Ballandi, non per autocompiacimento, quanto per cronaca, posso dire che avrei assistito volentieri a uno scambio tra Celentano e Dalla, così come avrei voluto vedere David Bowie più a suo agio.

    Non so cosa sia successo a Celentano, quella sera, ma penso che sia stata la sua unica e straordinaria occasione in cui abbia rivelato le sue fragilità. Apparentemente inesistenti, ma legittime. Insomma, è difficile avere una Ferrari, una Porsche e un’Aston Martin nello stesso box.

    A meno che non si decida di gareggiare.

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