• di Enzo Bollani – L’Audi, la Casa degli Anelli, nasce da ben Quattro aziende diverse, e affonda le sue radici in progetti nobili, quanto costosi, come la Horch. Dopo la Seconda Guerra mondiale, dei fasti che videro l’attuale Audi vincere, sotto forma di Auto Union, con fenomeni come Tazio Nuvolari, rialzarsi non fu facile. Smembrata, tra DKW e NSU, faticò non poco a riconquistare pubblico e successo, nonostante i prodotti fossero di ottima fattura, ma già ritenuti cari.

    E non a ragion veduta, considerando la qualità e l’affidabilità generale.

    In questo quadro, la NSU fu l’unica branca, o meglio, l’unico dei Quattro anelli a funzionare veramente, sul piano commerciale.
    Bandiera del marchio, senza dubbio, rimane la Prinz, in tutte le sue varianti, ma anche la iperbolica Ro80, con motore rotativo Wankel, responsabile però della fine della NSU, che tra l’altro prende il nome dalla località di nascita: Neckarsulm.
    Oggi, naturalmente, Neckarsulm è uno dei più importanti luoghi di produzione per l’Audi che conosciamo tutti, la cui sede è a Ingolstadt.

    Dopo questo groviglio di informazioni, non a caso intrecciate tanto quanto gli anelli stessi, punterei l’attenzione su un fenomeno di massa, soprattutto in Italia: la Prinz 4L.

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    Si diceva portasse sfiga e che, soprattutto verde, fosse addirittura senza ritorno.

    Costava molto, per essere un’utilitaria, ed era scelta da un target un po’ su di età, spesse volte anziano, che la sceglieva per il comfort e per la qualità costruttiva, ma anche perché era veramente difficile rimanere in panne.
    Virtù che non si accompagnavano a una oggettiva bellezza estetica, per i canoni di allora.

    La Prinz, fin dal suo lancio, ma soprattutto nella versione 4L, con le sue cromature borghesi ma mai leziose, era una Chevrolet Corvair in formato mignon.
    Una miniatura, forse un po’ anche vorrei ma non posso, ma mai forzata.
    Perché non c’erano ridicole finiture in finto legno e perché il cromo, tutto sommato, era limitato a circondare il corpo vettura, con una sottile striscia che andava a raccordarsi perfettamente alle maniglie.
    Uno stile già vagamente Audi, soprattutto negli interni, dove si respira aria di perfezione.

    Dentro, ogni cosa è al suo posto, e le tappezzerie, i rivestimenti e le finiture sono già all’avanguardia.
    Ma non abbastanza per meritare un headline divenuto, fin da subito, marchio di Fabbrica Audi: “All’Avanguardia della Tecnica”.

    Presa di mira dal sarcasmo di Tommaso Labranca, con l’accondiscendenza del pro-Fiat Fabio Fazio, la Prinz ebbe il colpo di grazia con la trasmissione-nostalgia “Anima mia”, divenendo il simbolo di come eravamo.
    Fa specie pensare che, da “Anima mia”, siano già passati ben 21 anni, e che oggi non si possa pensare agli anni ’90 con la stessa dose di nostalgia, nonostante siano lontanissimi da noi, è molto più morfologicamente vicini agli anni dai quali pensavano di essere distantissimi: gli anni ’70.

    Senza entrare nella tecnica, piace ricordare la Prinz verde in studio, con Moira Orfei, entrata trionfalmente a bordo di questa simpatica, quanto ingiustamente porta-jella, vetturetta della Germania Occidentale, che ebbe il merito di dare qualche ambizione in più alla classe media europea, rimanendo a listino per molto tempo.
    Poi arrivò la Golf di Giugiaro, e tutto venne stravolto. Ancora una volta.

    Perché Audi, come tutto il Gruppo Volkswagen, ha sempre stravolto il mercato, con la forza di rimanere coerente.
    Quasi un ossimoro.

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