• di Anna Biasi – Il teatro biondo di Palermo, insieme ai teatri comunali di Enna e Caltanissetta ha proposto un nuovo allestimento di Liolá, l’avventura di un campagnolo, esuberante e canterino. La versione rivisitata della commedia di Pirandello è andata in scena, anche, al meraviglioso teatro all’aperto CatonaTeatro di Reggio Calabria.

    Un plauso particolare va alla costumista Elisa Savi per le sue creazioni originali e completamente calzanti con la personalità dei personaggi. Le movenze sincopate delle attrici hanno convinto lo spettatore, totalmente ipnotizzato durante i loro ingressi sulla scena.

    Approvazione generale anche per la Prof.ssa Paolina Giansiracusa, docente di cattedra di tecniche pittoriche in Accademia delle Belle Arti a Reggio Calabria curatrice della mostra ARTEINPOSA posta all’ingresso del CatonaTeatro.

    Originaria di Siracusa, la Giansiracusa ogni anno accompagna gli alunni a vedere le tragedie greche in Sicilia e puntualmente attraverso l’approfondimento della lettura dei componimenti tragici e il successivo studio, gli studenti sviluppano un costume: “Siamo abituati – afferma la curatrice – a vedere l’arte, sotto forma di quadro, di scultura, ma l’arte è sotto ogni aspetto formale, come in questo caso un costume interamente dipinto a mano ispirato dalla lettura delle tragedie classiche, fornisce un concetto artistico e inquadra formalmente un costume”. Il lavoro è di ricerca e i costumi degli studenti dell’Accademia di Reggio hanno già “visitato” varie mostre in tutta Italia, e finalmente quest’anno approdano a Catona.

    La commedia insolita, ridotta e adattata da Mario Incudine, Moni Ovadia e Paride Benessai, racconta la storia del registra/attore che da timido ricco possidente di un paesello siciliano si trasforma, con la potenza dei contenuti pirandelliani, in un roboante uomo reso sicuro dalla consapevolezza della prosecuzione della discendenza. Non importa chi ha reso gravida la moglie, quello che importa è apparire, non essere.

    Il regista attore si racconta a Citynow in modo cauto e gentile, riferendo di esser entrato in contatto con il dialetto siciliano da quando, arrivato in Italia dalla Bulgaria come profugo, si trovò a viaggiare con un ragazzo e la nonna siciliana: “Il siciliano– dice Moni Ovadiagià allora, mi sembrava molto bello, un suono soave, una lingua magica. Ho avuto anche molti amici siciliani, uno dei quali di Caltanissetta che per 8 anni visse accanto a me, e lì familiarizzai realmente con il dialetto siciliano”.

    Ebbe una profonda amicizia con Ignazio Buttitta, di cui ha apprezzato immensamente le sue poesie dalle caratteristiche espressive sonore, tantoché le sue raccolte convinsero anche Pasolini, il quale scrisse un saggio su Buttitta.

    Ha sempre creduto che le lingue più profonde, cioè i dialetti, appartengono all’anima dei popoli con una forma di cultura, con un’espressività molto spesso più deflagrante di una lingua che tende ad essere addomesticata. Ha avuto, sempre, la passione per le lingue meticce che non appartengo alla cultura nazionale ufficiale. Dai nonni paterni turchi è stato molto influenzato dalla cultura Mediterranea, e gli piace frequentare il Meridione, e proprio al Sud ha avuto grandi maestri nel campo della musicologia, come Luigi Lombardi Satriani, una figura leggendaria.

    L’esperienza lavorativa con Mario Incudine avvenne, quando fu incaricato di mettere in scena Le supplici di Eschilo e da lì nacque il sodalizio, per cui da allora in poi progettano insieme e da cui ne è uscito fuori questo giocondo Liolà, una commedia “così gioconda che non pare opera mia” disse lo stesso scrittore siciliano.

    La storia insegna che proprio con “a squagghiata ra nivi si virunu i puttusa”, con lo sciogliersi della neve si vedono i buchi, si scoprono i difetti, perché è davvero maledetta la fretta.

    Ma è dunque la vita che muore o la morte che vive? Liolà rappresenta la vita, il canto, la poesia, il futile piacere. Liolà è amore e decesso, Liolà non si spaventa della morte, perché ad uno che è morto non può succedere nulla.

    Foto di Antonio Sollazzo

     

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