• di Enzo Bollani – Mentre è in corso la beatificazione di Marchionne, soprattutto da parte degli integralisti del marketing, specializzati nel riempire i Social con loro frasi copiate male e video autoreferenziali, con tanto di case editrici senza etica che gli pubblicano anche i libri. sarebbe il caso di tenere presente quello che non è semplicemente un grave errore, quanto un affronto all’Arte Contemporanea, alla Storia della Tecnologia, a un simbolo riconosciuto in tutto il mondo: l’uccisione della Lancia.
    Eliminare un marchio con oltre 100 anni di storia, per tentare di salvare prima la Chrysler, poi la Jeep, è una cosa che in Germania non potrebbe mai accadere.
    Si mobiliterebbe qualsiasi forma di Soprintendenza, lo Stato, persino la Forestale.
    La Merkel, quando Opel stava fallendo per la 125esima volta, ma in modo serio, ha fatto di tutto, e c’è riuscita.
    In Italia, ciò non è accaduto, e si parla di un marchio il cui prestigio è tale da rendere patetica l’idea di vendere le Chrysler Sebring con una banale operazione di rebadging, e chiamarle addirittura Flavia.
    Insuccesso assicurato.
    Tutto questo, grazie a Marchionne, bravo a sistemare i conti, pessimo nell’amministrare marchi che non sono marchi, ma emozioni.
    Andando a rebours, al 1969, anno cruciale per la Lancia, passata di mano ai torinesi della Fiat, va evidenziato che qualche sforzo venne fatto.
    Non benissimo, o quantomeno con fortune alterne, ripensamenti, progetti cancellati e sprechi economici.
    Tra ripensamenti vari, la fortuna o il destino hanno infine deciso che sarebbe dovuta nascere una delle Lancia più belle dell’ultimo quarto di Novecento: la Beta Montecarlo.
    Almeno in questo caso, non ci sono stati stop improvvisi, e nemmeno betabloccanti, visto che di Beta stiamo parlando e che, nella versione berlina, i lancisti lamentavano grosse cadute di stile.
    La Beta Montecarlo sarebbe stata lanciata solo come Pininfarina, poi come Fiat Pininfarina, e infine si è deciso di darle il blasone che meritava, anche per risollevarne l’immagine.
    La Beta Montecarlo ha brillato nei rally, quanto nei sogni degli italiani e degli statunitensi, innamorati di lei fin dal primo momento.
    In America, tutte le figlie di Sergio Pininfarina sono sempre state apprezzate, come dimostrato dallo strepitoso successo della 124 Spider, rimasta a listino per 22 anni.
    La Beta Montecarlo, ribattezzata Scorpion per il mercato d’Oltreoceano, perché Chevrolet produceva già una coupe omonima, visse 7 anni dorati, tra il ’75 e l’82.
    Ristilizzata nel ’79, con l’inserimento di una terza luce laterale, all’interno delle pinne che la facevano somigliare molto alla Ferrari 308, rimase in vita finché non venne introdotta, soltanto per pochi e soltanto per omologazione agonistica, la 037.
    Idea poco intelligente, già allora, perché con l’immagine agonistica che sarebbe arrivata dal palmares, già molto ricco, si sarebbe potuta capitalizzare tale bellezza almeno fino alla seconda metà degli anni ’80.
    Ciò non è stato, e si aggiunge al lungo elenco delle occasioni perdute.
    Tuttavia, il genio degli statunitensi della Disney, ha costruito una storia d’amore tra la Lancia Beta Montecarlo/Scorpion ed Herbie, il celebre Maggiolino tutto matto, sempre più matto e, in un episodio, persino da ricovero nel garage di un’anziana signora di San Francisco.
    Giustamente, l’episodio in cui Herbie si innamora della Beta Montecarlo N.7, non poteva che essere ambientato al Rally di Montecarlo.
    Da questo film, nasce l’idea di Cars, dove l’unica auto italiana presente è la Fiat 500.
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