• di Pasquale Romano – Sarà forse insolito, ma è sicuramente indicativo partire dagli anni duemila per raccontare il neorealismo cinematografico italiano che invece è nato, vissuto e decaduto negli anni ‘40.

    Il fil rouge è rappresentato da alcune dichiarazioni rilasciate da due tra i più bravi e apprezzati registi contemporanei, vale a dire Martin Scorsese e Spike Lee.

    Il primo, Scorsese (che già nel 2000 aveva girato un documentario intitolato Il mio viaggio in Italia, dedica affettuosa al genere neorealista composto da spezzoni dei vari film dell’epoca ) riferendosi a Gomorra, film italiano che ha suscitato clamore per le forti tematiche affrontate con rude chiarezza, dice estasiato: “Il film appare come la perfetta chiusura del cerchio neorealista. Grazie alla struttura narrativa originalissima, all’estetica, al vigore e a tutte le interpretazioni dei personaggi vediamo un opera di respiro neorealista, ma che allo stesso tempo ne ridefinisce i confini, in un mondo oramai entrato nel XXI secolo”.

    Spike Lee è da sempre affascinato da film prima pensati e poi costruiti sulla strada, tanto da portare più volte sullo schermo film che si basano sui ghetti metropolitani con sfumature pseudo neorealiste.

    Parlando del suo film Miracolo a S.Anna (opera che racconta della seconda guerra mondiale, basandosi su fatti realmente accaduti ad alcuni militari americani giunti in Italia), il regista afroamericano afferma: “Durante tutta la lavorazione del film avevo in mente molti film italiani della fase neorealista, in particolare Germania anno zero, che è stato la vera fonte di ispirazione per questo progetto. Inoltre, prima di iniziare le riprese ho sottoposto l’intero cast a lunghe sessioni video riguardanti quei film, dovevano capire l’enorme importanza che quel tipo di cinema ha avuto per quello moderno.”

    Basta citare questi due esempi, tra gli innumerevoli che riguardano le influenze neorealiste sul cinema successivo, per intuire l’entità del fenomeno, attuale e vivo ancora oggi, decenni dopo la sua comparsa.

    Nascita avvenuta negli anni ‘40, quando l’Italia era in ginocchio, e con essa l’industria cinematografica. In quel preciso momento storico, difficile per il paese intero, non si producevano film, o quasi, se non quelli legati ai “telefoni bianchi”, in realtà meri prodotti di propaganda fascista di relativo valore.

    A scuotere il torpore cinematografico arriva la folgore neorealista, un movimento di cui i pionieri indiscutibili universalmente riconosciuti sono quattro: Luchino Visconti, Roberto Rossellini, Giuseppe de Santis e Vittorio de Sica.

    A loro dobbiamo la nascita di questa espressione cinematografica tanto ‘povera’ quanto sincera, un misto di reale volontà e impossibilità di operare in altri modi.

    I film neorealisti si distinguono per il carattere nazional-popolare, per le storie intrise di verità talvolta amara, e che raccontano le difficoltà di quei tempi senza nessun tipo di pregiudizio o di filtro, ma ‘nascondendo’ metaforicamente la cinepresa in mezzo alla gente.

    La volontà di raccontare questi temi andava a nozze con l’obbligo di farlo senza nessun tipo di orpello: attori, scenografie, teatri di posa, lavori di post-produzione, tutto era ridotto all’essenziale, per non dire inesistente.

    E allora più volte si ricorreva ad attori non professionisti, si usavano i loro abiti personali, si girava per strada senza poter seguire un copione o un piano di lavorazione prestabilito ma lavorando ovunque si potesse farlo, si adibivano teatri di posa di “fortuna”. Questo e altro capitava ai registi di quell’epoca, che dovevano giocoforza fare di necessità virtù.

    Il merito principale del neorealismo fu di andare oltre, al di là dei giudizi negativi provenienti dalla critica, o dei tiepidi incassi registrati al botteghino.

    Esperti (ben presto avviatisi sulla via del pentimento) e grande pubblico erano probabilmente impreparati nel cogliere e metabolizzare un cinema all’avanguardia, nuovo in tutte le sue forme e spiazzante in ogni sua manifestazione.  Com’è naturale davanti a un fenomeno talmente abbagliante ed incisivo, il neorealismo andò spegnendosi, peraltro spesso osteggiato da troppe parti.

    Il dopoguerra reclamava altri stili, altre atmosfere, e tutta la nazione (o quasi) bramava un qualcosa di nuovo, di più sfarzoso e leggero, che alleggerisse quell’inquieto vivere, che spazzasse via sofferenze e difficoltà, per poter finalmente voltare pagina e porgere lo sguardo altrove.

    Iniziarono ad uscire le opere di una serie di registi che diedero nuova linfa alla cinematografia, e al paese in genere, sottoforma di storie meno caduche e penetranti ma più ricche di gioioso intrattenimento (nel caso del boom delle commedie) o comunque meno imperniate sulle tematiche della fame e del lavoro nei film drammatici. In entrambi i casi c’era la possibilità di lavorare finalmente con tutti i mezzi e le risorse sospirate.

    Tale generazione di registi (trai i più importanti Federico Fellini, Pietro Germi, Dino Risi, Pierpaolo Pasolini, Michelangelo Antonioni) non era ovviamente esente da contaminazioni neorealistiche, anzi tutt’altro. La maggior parte di essi anzi proprio in quel tipo di cinema è cresciuto e si è ispirato, muovendo i primi passi, finendone inevitabilmente coinvolto.

    Da tale ispirazione, da questa importante base di partenza (ad esempio Fellini iniziò la carriera come aiuto-regista di Rossellini) ciascuno trovò una via personale, una soggettiva cifra stilistica che fosse rispettosa nei confronti del passato e coraggiosa nei riguardi dei nuovi linguaggi cinematografici.

    Il neorealismo si è evidenziato come la più grande rivoluzione nella storia del cinema italiano ed europeo, letteralmente spezzati in due dal cambiamento imposto da quei registi, quelle storie, da quell’imperante bisogno di raccontare tematiche di tutti i giorni, di mostrarle ad ogni costo e superando qualunque traversia, di affrontare la realtà disperata affidandosi alla strada, al popolo, bisognoso quanto mai di essere protagonista.

    La voglia di rispondere alle complesse difficoltà che attanagliavano la nazione con l’arma più nobile ed acuta, l’arte, proveniente dalla strada e trasportata sul grande schermo senza filtri.

    Le conferme ci piovono quotidianamente, anche nel terzo millennio e da Hollywood, Scorsese e Lee docet.

    Il neorealismo, che accompagnerà il cinema italiano e mondiale in tutto il suo percorso, non è mai veramente scomparso, ha solo ceduto il passo alla storia, restandone compagna fedele.

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