• di Cristel Tedesco – “Molti possono copiare un abito Davida, ma non possono crearlo”, si leggeva su Vogue Sposa negli anni ’70, quando Davida non era ancora il laboratorio di moda che conosciamo, ma il nome di una inimitabile collezione dell’atelier Domitilla che nella Capitale, affacciato sulla Chiesa di San Carlo alle Quattro Fontane, vestiva le spose delle Roma bene. Da allora sono passati 50 anni, la matriarca Raffaella ha trasmesso il suo estro e la sua eleganza stilistica prima alla figlia Karma e poi ai nipoti. Una grande famiglia che, con passione e professionalità, guida gli atelier di Reggio Calabria, Cosenza e Messina. Una storia di alta sartoria, quella di Davida, che nasce dall’amore che ha portato Karma ad abbandonare Roma appena quattordicenne per trasferirsi nella nostra città e aprire qui il suo atelier, nel 1981. Oggi, a dettare lo stile di Davida Sposa e Davida a colori (la linea di abiti da cerimonia, ndr), è Noemi Azzurra Neto Dell’Acqua, figlia di Karma e artista predestinata.

    Tra nonna Raffaella, mamma Karma e zia Vanessa (Foglia, stilista per Abitart), hai respirato la moda e l’arte in casa fin da piccola, ma quando ti sei resa conto che questa passione aveva contagiato anche te? Quando hai mosso i primi passi in atelier?

    “Ho iniziato a 21 anni, a 19 sono entrata nel mondo di mia madre che non ho apprezzato fin da subito, anzi all’inizio l’ho detestato perché rappresentava un ostacolo al mio rapporto con la mamma, quello che l’aveva allontanata da me per tanto tempo. Poi si cresce, ci si affeziona. Ho vissuto dentro la sartoria con mia mamma, lei mi ha insegnato tanto e ancora oggi mi insegna tanto, e mi sgrida se necessario. La mia famiglia è molto umile, mi ha educata ad andare piano, mi ha fatto fare la gavetta, senza farmi sentire la padrona. Poi un giorno, prima di una sfilata dell’Expo, mi mamma mi ha detto ‘Crea tre modelli’ e io ho pensato ‘E ora?’. E ora si crea. Così è iniziata la mia carriera, che mi diverte, mi fa respirare ogni giorno un’aria diversa”.

    Qual è stato il tuo percorso prima di diventare ufficialmente la stilista di Davida? Come ti sei formata?

    “Mi sono iscritta al Polimoda (la prima scuola di moda in Italia, ndr), ma ho capito subito che lo studio non era nelle mie corde. Ero giovane e avevo la fortuna di avere un mondo lì pronto ad aspettarmi. Quale altro diciannovenne ci avrebbe rinunciato per dedicarsi ai libri? Inizialmente ho scelto di lavorare con mia mamma per evadere dallo studio e guadagnare qualche soldino, ma non avrei mai immaginato che questo negozio avrebbe assorbito completamente la mia vita. Devo ringraziare mia mamma per l’esperienza diretta che mi ha permesso di fare. Sono contenta di quello che abbiamo costruito e di come mi sono costruita”.

    Come si è evoluta la griffe nel tempo?

    “Io e la mia famiglia abbiamo camminato insieme, ci siamo formati insieme: io, i miei fratelli, mia mamma, mio papà, mio marito. Abbiamo deciso di diramare il nome Davida e abbiamo aperto un altro atelier in Calabria, a Cosenza, e uno a Messina, gestiti da mio fratello e dalle mie cognate. Ma il brand non si allargherà più. L’importante per noi è mantenere gli stessi standard di qualità e curare i nostri matrimoni, le nostre sfilate, con la dedizione di sempre”.

    Quali sono state le tappe determinanti per la tua vita professionale?

    “Sono passati 12 anni da quando ho iniziato a creare i primi modelli. Ho vissuto questi anni in maniera frenetica, confusionaria. Qualche tempo fa, con la regione Calabria, siamo riusciti a partecipare alla fashion week di Milano, e quella è stata una bellissima esperienza. Ma io mi accorgo dei piccoli gesti: durante la mia prima sfilata un uomo mi disse ‘Io non guardo le sfilate perché mi annoio, ma non ho mai visto tante persone osservare dei vestiti e applaudire come questa sera’. È stato un grande riconoscimento per me, che mi ha spronata a fare meglio”.

    Qual è stata la più grande soddisfazione ottenuta finora?

    “Non sono molto ambiziosa, l’obiettivo a cui tenevo di più era vedere i miei genitori orgogliosi di me, e penso di esserci riuscita e potermi ritenere soddisfatta. Il mio traguardo più importante, poi, l’ho raggiunto il 24 febbraio 2014, quando è nato mio figlio. A livello lavorativo, apprezzo quando una cliente mi fa i complimenti, mi fa piacere che dalle mie mani nasca qualcosa di bello”.

    Nei tuoi abiti quanto c’è di te, del tuo stile, della tua personalità?

    “Tanto, i miei vestiti parlano di me. Sono un’artista un po’ strana perché mi piace volare con la mente ma essere anche molto razionale, e riesco a bilanciare questi due aspetti. Ma i cambiamenti repentini che avvengono in me sono visibili nelle mie collezioni”.

    Come si sviluppa il processo creativo che porta alla realizzazione degli abiti di Davida?

    “Io riporto negli abiti quello che so, quello che vedo. Esco fuori, mi faccio una passeggiata sul corso Garibaldi, con le cuffie e gli occhiali da sole, osservo, e anche così può nascere in me l’ispirazione per creare qualsiasi cosa. E non creo una o due volte l’anno, ma ogni mese. Io però non disegno, spiego. Ordino i tessuti e spesso so già come voglio che siano montati. Starmi dietro non è facile: per le mie sarte è un duro lavoro perché devono rincorrermi per completare una creazione, ma l’importante è il risultato”.

    Domenica sarai presente come Excellence Made in Italy all’International Fashion Week che è in corso nella nostra città e presenterai la tua nuova collezione al Salone Foyer del Teatro Cilea. Cosa vedremo sfilare in passerella?

    “Sicuramente il nude, cambieranno le forme delle maniche e dello scollo e non mancherà il pantalone, che mi fa impazzire. Anche se l’abito da sposa è la cosa più femminile al mondo il pantalone è un must, ci deve essere in ogni collezione. Ci saranno molti ricami, ci sarà il colorato. Quando abbiamo inserito i colori pastello per gli abiti da sposa eravamo molto scettici, ma il riscontro c’è stato, non sono poche le spose che li scelgono. Se fai quello che ami, i risultati non possono deluderti. Per questo non seguo mai le tendenze, quello che va o non va, ma porto in passerella me stessa”.

    Sul sito web di Davida c’è la possibilità di creare l’abito dei propri sogni, scegliendo il corpetto, la gonna, il pizzo e gli ornamenti. Quanto è importante – e quanto è difficile – riuscire a intercettare i gusti delle clienti e concretizzarli nelle tue creazioni?

    “Io lo faccio per mestiere, ma è tanto difficile. Quando entra una cliente in atelier, noi la accogliamo con la massima professionalità, ma se entri qui, entri in famiglia. Vedo tante ragazze smarrite che hanno bisogno di sostegno, di qualcuno che le sappia consigliare e accompagnare nella scelta. Ci sono anche quelle che arrivano con le idee ben chiare, ed è ancora più difficile riuscire a riunire tutto quello che cercano in un solo abito. In ogni caso noi modifichiamo, smontiamo, aggiungiamo, facciamo di tutto per renderle felici. E quando mi sento dire ‘È più bello di quello che pensavo potessi creare’, per me è una grande soddisfazione”.

    Quando è toccato a te indossare l’abito da sposa, chi ha creato il modello per il tuo matrimonio?

    “Ho avuto due abiti. Il primo è stato stranamente un modello già confezionato che mia mamma ha scelto da una collezione dell’anno successivo. Per il secondo ho seguito la tradizione di famiglia e ho indossato un abito della collezione Domitilla, disegnata da mia nonna. Non ho sentito il bisogno di crearne un altro perché quello l’ho sentito subito mio. L’ho modificato senza stravolgerlo, ma ho deciso anche di metterci del mio, visto che sarebbe stato il giorno più importante della mia vita. L’ho personalizzato aggiungendo una cintura con un serpente e ho completato il mio stile anni ’70-’80. Mi sono sentita bella, a mio agio, ed è quello che voglio trasmettere alle mie clienti, voglio che si sentano come mi sono sentita io quel giorno”.

    Quali sono i progetti per il futuro, per te e per il brand?

    “Il mio sogno più grande è arrivare agli Oscar, vedere uno dei miei abiti sfilare sul red carpet, indossato da una donna con una forte personalità. Ma il mio desiderio è continuare a fare quello che faccio. La mia vita professionale all’interno di Davida mi basta, mi fa stare bene, mi fa alzare col sorriso. Mi impegno per essere migliore, per fare la differenza, che vuol dire anche annullarmi a volte. Non si vive per lavorare però ci sono donne che contano su di me, famiglie da mantenere, e il lavoro si deve mandare avanti, senza scendere a compromessi solo per raggiungere un livello più alto. Voglio continuare a fare quello che faccio qui, al Sud. Molti miei coetanei, anche con un mondo nelle mani come me, hanno deciso comunque di andarsene. Io sono stata fortunata, ma ho deciso di rimanere perché credo nella mia terra. Ringrazio la mia famiglia ogni giorno attraverso i miei abiti. Io sono la mia famiglia e la mia famiglia è Davida Sposa”.

     

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