• di Francesco Rando –Palizzi città del vino”, così dice il cartello posto all’ingresso del paese, identificativo di una storia e di un territorio, che narra il legame di questo luogo con un prodotto d’eccellenza, frutto di splendidi vigneti che si affacciano sul Mar Ionio che regalano uve di alta qualità.

    Il paese, situato nel cuore dell’area grecanica è caratterizzato da una forte vocazione vinicola, infatti tutto il percorso, che congiunge Palizzi Marina a Palizzi Superiore, per giungere a Pietrapennata, la zona più elevata tra le frazioni che costituiscono il paese, è caratterizzato dai più pregiati vigneti che costituiscono l’area grecanica.

    L’importanza storica di questo vino risale all’ultimo scorcio dell’ottocento, nel periodo in cui la guerra tariffaria tra Italia e Francia provocò la perdita dei clienti francesi che con i loro bastimenti arrivavano a Porto Palizzi per caricare il mosto con cui tagliavano i loro vini, i nostri vicini d’oltralpe avevano intuito che le selezionate viti davano dei rossi notevoli. Tra le bacche rosse che venivano a reperire, erano presenti: la ”Bagnarota palizzitana” e quella “Forestera” ambedue dai grappoli eleganti tendenti al blu, la “ Lacrima nera”, il “Nerello guarnacciato” e il Ligante palizzitano,; non mancavano i bianchi, come: il “Mantonico”, “l’Occhjiu i lepru”, una Malvasia dall’acino dalla buccia spessa, “l’Inzolia Tunda”, lo “Zibbibbo”, il “Moscatello” e la “Nigrazza” che  era uno dei “Nerelli” più importanti.

    Questo vitigno, oggi a rischio di erosione genetica, dava forza e profumo al rosso di Palizzi ed era costituito da grappoli medio piccoli con acini ricoperti da pruina, una sostanza che si trova sugli acini, e che impediva che il sole disidratasse l’uva nonostante le calde giornate estive caratterizzassero la zona. I baroni Nesci, di origine siciliana e i De Blasio, , si erano divisi l’intero territorio e questi ultimi erano diventati i proprietari dell’antico castello sorto nel Medioevo e appartenuto nel passato ai Ruffo di Calabria, ai D’Aragona d’Aierbe, ai Colonna e agli Arduino. Sulla “Rocca”, a Palizzi Superiore si estendevano i vigneti dei  De Blasio, mentre i Nesci producevano vigne anche nell’entroterra non lontano dall’antico castello. Per capire la viticoltura palizzota fino all’ottocento, bisogna fare riferimento ai Palmenti in muratura a ridosso del castello dove c’erano un certo numero di vasche vinarie capaci di trasformare contemporaneamente una quarantina di quintali di uve al giorno, e quindi per tutto il mese di ottobre si vedevano gli asini dei coloni fare avanti e indietro portando le uve che venivano trasformate in mosto.

    Negli anni ‘50 del secolo scorso, l’emigrazione di massa spopolò il territorio, i campi furono abbandonati e le vigne scomparvero. Un “personaggio”, ancora in vita,   il barone Harimberg, fliglio dell’ufficiale tedesco che durante la ritirata delle truppe naziste dopo lo sbarco in Sicilia degli americani, si rifugiò a Palizzi e che sposò la piccola baronessa De Blasio, si adoperò per riattivare la produzione vitivinicola. Attualmente oltre ai Nerelli e all’Inzolia sono impiantati vitigni internazionali e nazionali come il Nero d’Avola o Calabrese.

    Agli inizi del Novecento i vignaiuoli non furono capaci di combattere l’oidio , un fungo dall’impatto disastroso che attaccò tutta la produzione viticola. Per questo arrivarono i Siciliani che con la loro competenza intervennero con l’uso di zolfo nei confronti della temibile malattia , che aveva attaccato i vigneti, ottenendo per questo in cambio metà del prodotto e fu proprio durante queste campagne che i siciliani individuarono a Palizzi un vitigno d’eccellenza che portarono in Sicilia

    Il territorio in cui viene prodotto e la storia, ci lasciano intendere chiaramente la forza di questo vino, dovuta alle vittorie che ha conseguito nel tempo;  e ancora oggi  il suo sapore si può gustare mentre si sta assaporando una sella di cinghiale con cipollotti e porro o un ragù di capra, o della selvaggina con salsa di frutti rossi, piatti tipici del nostro territorio.

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